I disturbi alimentari o Disturbi del comportamento alimentare

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) colpiscono molti adolescenti, soprattutto di sesso femminile. Anche se più rari si segnalano casi di ossessioni alimentari anche tra i maschi e nelle donne in periodo menopausale.

Psicologa e Psicoterapeuta Ribaldone AlicePsicologa e Psicoterapeuta Ribaldone Alice 07 Marzo 2021
disturbi del comportamento alimentare

Nel nostro mondo occidentale è diffusa, attraverso i mezzi di comunicazione, la cultura e l’ideale della magrezza, che spesso è associata a qualità come successo, bellezza, ricchezza. Le persone particolarmente vulnerabili possono cedere al “fascino” di questa immagine, cadendo in una visione pesantemente distorta del proprio corpo che può comportare gravi problematiche alimentari.

Le patologie alimentari sono perciò legate alla valutazione disfunzionale che la persona fa di sé stessa, poiché il valore percepito della persona è fortemente connesso all’ideale di magrezza, al peso e al controllo della propria forma corporea.

Tutti questi disturbi sono accomunati da:

  1. Pensiero ossessivo del cibo;
  2. Paura morbosa di diventare sovrappeso;
  3. Percezione deformante del proprio corpo;
  4. Una bassa stima di sé.

Caratteristiche, quindi, del disturbo del comportamento alimentare sono l’alterazione delle abitudini alimentari e l’alterazione della propria immagine corporea. Questi squilibri alimentari sono spesso accompagnati da vergogna verso la propria condizione (ad esempio in uno stato di obesità) e da un profondo disagio che possono condurre facilmente a problemi psicologici e diventare un vero e proprio rischio per la vita.

Sintomi dei disturbi alimentari

La manifestazione di questi disturbi si riconosce attraverso disfunzioni della condotta alimentare, che non sono spesso così chiare. I comportamenti tipici dei disordini alimentari sono, in genere:

  1. Digiuno;
  2. Restrizione dell’alimentazione;
  3. Crisi bulimiche (l’ingestione di una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo accompagnata dalla sensazione di perdere il controllo, ovvero non riuscire a controllare cosa e quanto si mangia);
  4. Vomito autoindotto;
  5. Assunzione impropria di lassativi e/o diuretici al fine di contrastare l’aumento ponderale;
  6. Intensa attività fisica finalizzata alla perdita di peso.

Alcune persone possono ricorrere ad uno o più di questi comportamenti, ma ciò non vuol dire necessariamente che esse soffrano di un disturbo alimentare poiché ci sono dei criteri ben precisi per la valutazione di questi disturbi e la diagnosi di un “disturbo del comportamento alimentare”.

Quali sono i disturbi alimentari?

Le principali forme di disturbo del comportamento alimentare sono:

  1. Anoressia
    La persona opta per un’eliminazione importante dell’introito giornaliero di cibo perché si vede e si sente grassa e ricerca perciò una magrezza estrema. Per veicolare l’obiettivo spesso ricorre a un’attività fisica prolungata e soprattutto sproporzionata alla quantità di cibo ingerita.
  2. Bulimia
    La visione distorta del corpo è simile a quella dell’anoressia, ma in questo caso il soggetto mangia compulsivamente per poi “punirsi” attraverso comportamenti compensatori quali il vomito autoindotto o l’uso di lassativi.
  3. Sindrome o disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder)
    Si tratta di una fame compulsiva dove la persona mangia senza controllo e si sente poi in colpa, come forma di giustificazione della visione distorta di sé (“sono così perché mangio in questo modo”).

Trattamento dei DCA

Le disfunzioni alimentari diventano spesso delle vere e proprie dipendenze dalle quali la persona difficilmente riesce a uscire da sola.

È importante chiedere aiuto e non provare vergogna verso la propria condizione. Il trattamento dovrebbe essere il più tempestivo possibile, perché i disordini alimentari mettono a serio rischio la vita del paziente. Attraverso una costante e regolare psicoterapia è possibile lavorare sulla risoluzione del disagio.

Esistono centri specializzati per il trattamento dei casi più gravi, dove l’esperienza terapeutica vede l’associazione in parallelo del percorso psicoterapeutico con una terapia farmacologica e medica. La persona potrebbe ad esempio essere forzata alla nutrizione attraverso un sondino nasogastrico.

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